1.1. Toscana ad emissioni nette zero nel 2030.

Al fine di contenere le pericolose conseguenze dell’emergenza climatica e di tutelare la salute e i diritti fondamentali della cittadinanza toscana, si impone la necessità di azzerare le emissioni nette di CO2 e di altri gas climalteranti il più rapidamente possibile. Azzerare le emissioni riconducibili al territorio della regione Toscana è possibile aggredendo il problema da più fronti, scommettendo su soluzioni innovative, ripensando dalle basi il modello economico-produttivo e le modalità di approvvigionamento energetico (totale utilizzo di fonti rinnovabili, con impianti distribuiti sul territorio, vicine alle singole comunità, e non accentrate in grandi centrali). Al fine di arginare la vulnerabilità climatica della nostra regione, dobbiamo far sì che l’obiettivo di emissioni nette zero stabilito dal Green New Deal europeo sia anticipato dal 2050 al 2030. È fondamentale che la commissione che sta redigendo il piano Toscana Carbon Neutral inserisca obiettivi e strumenti di realizzazione credibili e vincolanti per ogni quinquennio intermedio, a partire dalla prossima legislatura (2020-2025) e che la giunta regionale si impegni a perseguirli come obiettivi prioritari per la sua azione di governo. A questo scopo sarà necessario cogliere le opportunità fornite dai finanziamenti europei, eliminando le difficoltà e i ritardi con cui gli enti locali si approcciano alla ricerca dei bandi relativi. Inoltre riteniamo fondamentale l’istituzione di un osservatorio indipendente permanente che valuti, per ogni atto della Regione, la sua coerenza con il piano Toscana Carbon Neutral e che questo parere sia imperativamente incluso dalla Giunta nelle decisioni di governo del territorio.

1.2. Tutela delle risorse limitate - Il suolo.

Abbiamo sottratto già fin troppe aree agricole al loro utilizzo originario. Per
questo ci batteremo per un rafforzamento delle norme su “zero consumo netto di suolo”. Vogliamo introdurre nella normativa regionale un principio aggiuntivo: alle compensazioni di suolo devono corrispondere progetti di rinaturalizzazione e/o ripristino ambientale capaci di produrre gli stessi servizi ecologici per il territorio. Ciò vuol dire non solo prevedere un recupero dell’utilizzo attuale del suolo (spesso occupato da edifici inutilizzati o fatiscenti) ma anche un’inversione di tendenza verso la rinaturalizzazione dei suoli laddove emerga la fine di un loro utilizzo diverso.

1.3. Tutela delle risorse limitate – Le Alpi Apuane ed il Parco Regionale delle Alpi Apuane.

Dobbiamo difendere le nostre montagne. L’Art.9 della costituzione stabilisce chiaramente che “la Repubblica tutela il paesaggio [...] della Nazione”, pertanto salvaguardare le Alpi Apuane rientra pienamente nel diritto costituzionale, e la loro bellezza rappresenta un valore inestimabile e non negoziabile.
La tutela delle Alpi Apuane rappresenta una questione ambientale ed economica di livello nazionale e, dunque, fondamentale per la Toscana. Essa va affrontata, da subito e contemporaneamente, su tutti i suoi livelli.
Sul piano ambientale, riprendendo il testo del Piano Paesaggistico (proposta Anna Marson), approvato in Giunta Regionale nel 2014 e poi ribaltato completamente, ci poniamo l’obiettivo di eliminare l’anomalia per cui il Parco Regionale delle Alpi Apuane presenta attualmente al suo interno attività di cava, vietate dalle leggi nazionali nelle aree protette. Pertanto programmiamo, da subito, la chiusura progressiva - alla scadenza delle concessioni ed autorizzazioni all’escavazione oggi in essere - di tutte le cave interamente incluse all’interno del Parco e di tutte le porzioni di cava comunque interne ai confini del Parco Regionale delle Alpi Apuane, con l’obiettivo finale di eliminare l’anomalia inaccettabile delle Aree contigue di cava nel Parco delle Apuane.
Sul piano economico, programmiamo due iniziative, parallele alla chiusura delle cave nel Parco:
a) l’attivazione di progetti integrati di sviluppo sostenibile e di filiera corta (agricoltura, pastorizia, turismo, artigianato di qualità, commercio, servizi) nei Comuni e frazioni di Comune in cui si chiudono le cave all’interno del Parco (con fondi PSR, europei e regionali specificamente dedicati alla riconversione ambientale ed economica);
b) la ristrutturazione, tramite la revisione della Legge Regionale 35/2015 e del Piano Paesaggistico-PIT, del sistema marmo come segue: 1) destinazione quale unica area di Bacino di escavazione - nelle porzioni di territorio fuori del Parco - esclusivamente dell’area degli attuali bacini marmiferi di Carrara e Massa; 2) creazione parallela (anche con fondi del PSR, europei e regionali dedicati alla riconversione economica) nei Comuni interni di Lunigiana, Garfagnana e Versilia, di laboratori di trasformazione (di qualità) in filiera corta del marmo non più scavato localmente ma proveniente dal nuovo Bacino esclusivo di estrazione di Carrara e Massa. I laboratori dovranno essere costruiti lungo la Ferrovia Aulla-Lucca (e comunque in località attraversate da ferrovia) in modo da usare il trasporto su ferro sia per l’arrivo del marmo da lavorare da Carrara e Massa sia per il trasporto dei manufatti alle destinazioni di vendita.
Tuttavia richiamiamo esplicitamente quanto scritto nella Legge 394/91, la legge quadro dei Parchi, all’Art. 34 - “Istituzione di parchi e aree di reperimento” che, al comma 6, recita testualmente: “Il primo programma, tenuto conto delle disponibilità finanziarie esistenti, considera come prioritarie aree di reperimento le seguenti:
a) Alpi Apuane e Appennino Tosco-Emiliano”.
In base a ciò non avanziamo la proposta, particolarmente costosa in fase iniziale, di istituire un nuovo Parco nazionale, ma di allargare i confini del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano - già esistente ed attrezzato - inglobando in esso le Alpi Apuane, e realizzando il dettato della Legge 394/91 che già li prevedeva insieme.
Il Piano Programma di Sviluppo Economico Alternativo delle Apuane (PIPSEA), redatto dal Gruppo Salviamo le Apuane, contiene diverse proposte di come potrebbero essere recuperate le cave dismesse, trasformandole in contesti naturalistici, culturali e di economia sostenibile.

1.4. Tutela delle risorse limitate - Piano dei rifiuti.

Il consumo di materie prime e il dissennato utilizzo di prodotti usa e getta hanno determinato un notevole impatto sull’ambiente terrestre e marino. Eppure, molti di questi oggetti e prodotti destinati allo smaltimento possono trovare vita ed utilizzi tali da sottrarli al loro abbandono. Dobbiamo lavorare tutti insieme affinché il piano dei rifiuti toscano si ispiri esplicitamente alla filosofia Rifiuti Zero, promossa da Zero Waste Italy, prevedendo forme di gestione vicine ai territori e ispirate a una logica di Economia Circolare, con particolare attenzione a soluzioni impiantistiche dedicate al territorio (centri per il riuso, laboratori di riparazione, compostaggio di quartiere, produzione di biometano da scarti organici, ricicleria, ecc.) e non dimensionate in un’ottica di area vasta, lasciando a questa dimensione solo gli impianti di smaltimento finale come le discariche. Queste soluzioni comporteranno un indotto di posti di lavoro realmente sostenibili, al contrario di quelli offerti dalle soluzioni di area vasta.

1.5. Tutela delle risorse limitate - Ciclo idrico Integrato e la risorsa acqua.

Un referendum popolare ha sancito il valore pubblico della risorsa acqua. L’acqua è una risorsa fondamentale sia per la vita umana che per l’ambiente. E’ pertanto necessario che questa risorsa venga salvaguardata e che si ottimizzi il suo utilizzo in base alla sua qualità. La gestione del Ciclo Idrico integrato deve obbligatoriamente prevedere la restituzione all’ambiente, all’agricoltura e alle attività produttive di un’acqua depurata riutilizzabile per altri scopi.
La distribuzione dell’acqua potabile deve essere sempre accompagnata da
un piano di monitoraggio delle perdite e di manutenzione programmata che salvaguardi il patrimonio pubblico delle reti e degli impianti. Lo sviluppo del controllo remoto e di nuovi processi di depurazione consente oggi di ripristinare il funzionamento anche dei piccoli impianti di montagna o decentrati, in modo che da questi possa partire una rete di acquedotti agro-industriali che possono favorire il riutilizzo delle acque depurate.
Ad esempio, secondo il modello Garfagnana, una serie di laghi idroelettrici potrebbero diventare anche bacini irrigui fornendo grandi quantità di acqua, un tempo trattenuta sotto forma di neve ed oggi, a causa degli effetti della crisi climatica, non più disponibile come riserva per i mesi più caldi.
Infine, lo scandalo dei numerosi digestori presenti nei depuratori spesso inutilizzati va immediatamente affrontato prevedendo di utilizzarli per risolvere il problema del recupero degli scarti organici da raccolta differenziata, come già avviene da anni nel depuratore di Viareggio, utilizzato in codigestione anaerobica fanghi – FORSU (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano).

1.6. Tutela delle risorse limitate - L’aria.

La pandemia di Covid-19 ha evidenziato una correlazione tra la sua diffusione e la qualità dell’aria che respiriamo. Le emissioni dovute al traffico urbano e all’utilizzo di fonti energetiche termiche stanno determinando un incremento delle malattie respiratorie fino anche ad aumentare la mortalità connessa. La qualità dell’aria va protetta, sia prevedendo piani di mobilità che evitino l’utilizzo di motori endotermici e promuovano la nascita di ampie aree verdi, con la presenza di alberi e flora che riducano le concentrazioni di microinquinanti e migliorino le condizioni microclimatiche delle stesse aree urbane: un coraggioso progetto di riforestazione delle città accompagnato da scelte necessarie nel settore della mobilità. In quest’ottica, prevedere un ampliamento di uno scalo aeroportuale (Firenze) a poche decine di chilometri da un altro già adeguato (Pisa) è un evidente controsenso. In alternativa basterebbe migliorare i collegamenti tra questi due scali e il resto del territorio Toscano per favorire un corretto sviluppo omogeneo dell’intera Regione. E’ inoltre necessario migliorare la qualità dell’aria indoor partendo dagli edifici pubblici che dovranno dare il buon esempio per diffondere buone pratiche tra i cittadini e le cittadine.

1.7. Tutela delle risorse limitate - l’Arno.

Occorre un progetto per il nostro fiume che non si limiti al solo ambito della sicurezza idrogeologica, ma lo consideri anche come risorsa, non un pericolo per i territori che attraversa. Un sistema integrato tra natura e popolazioni che possa ritrovare nuovi equilibri per la valorizzazione economica, ambientale e sociale dei territori. Occorre considerare tutto il corso del fiume dal Falterona al mare e superare la logica Firenze-centrica, fermo restando il bisogno di progettualità nuova che riporti i cittadini e le cittadine ad avere un rapporto “amichevole” con quel fiume che, dalla grande alluvione del 1966, ha portato a diffidare di lui.
Fino a quasi metà del XX secolo era un corso d’acqua navigabile (alcuni tratti
lo sono ancora), vogliamo quindi ipotizzarlo come parziale alternativa al traffico su gomma, usando anche chiatte elettriche, per il trasporto sia di merci che di persone. Una risorsa sia turistica che commerciale.

1.8. Tutela delle risorse limitate - il territorio.

La Toscana è un’eccellenza mondiale per il suo patrimonio artistico e paesaggistico, con il maggior numero di siti tutelati dell’Unesco, grazie all’azione umana che nei secoli ha saputo instaurare e mantenere un equilibrio tra ambiente costruito, ambiente naturale e comunità. Occorre riscoprire sensibilità, cultura, conoscenze, integrandole con nuovi saperi, competenze e innovazione per tornare a logiche di valorizzazione e non di sfruttamento. L’edilizia e l’urbanistica giocano un ruolo determinante, con i nuovi modelli di rigenerazione, le nuove forme di governance e pianificazione, i sistemi costruttivi sostenibili, le filiere legno-edilizia e legno-energia, l’agricoltura urbana di prossimità, i processi di progettazione partecipata dello spazio pubblico. In molte di queste azioni la Toscana è stata pioniera e all’avanguardia. Occorre mettere questo tra le priorità dell’Agenda 2030 e unificare in un sistema integrato le norme e strumenti tecnici (linee guida edilizia sostenibile) esistenti, in modo che siano di facile applicazione per tutti.
E’ opportuno sviluppare ed incentivare un “Turismo Virtuoso”, un “Cammino Toscano” che si basi sulla riscoperta e sulla valorizzazione dei molti luoghi ricchi di storia e di bellezza paesaggistica del territorio toscano. Basti pensare a tutti i beni del FAI, che pure dovrebbero essere tappe di questo cammino, che potrebbe collegare aree costiere, collinari e montane all’insegna di una visione di insieme, tra storia, cultura e paesaggio.

1.9. La salvaguardia delle aree naturali – La Montagna Pistoiese

Tra le fortune della nostra Regione, vi è la presenza di comprensori sciistici e di percorsi trekking di livello: Abetone, Cutigliano, il Monte Libro Aperto e la stessa piccola Maresca che vantava uno dei pochi anelli per sci di fondo della Toscana, completamente immerso nella Foresta del Teso. Purtroppo il rifugio CAI della Casetta dei Pulledrari e tutte le sue strutture, sono in rovina. Proponiamo quindi un recupero di questa struttura e di molte altre, creando una sinergia col CAI e costituendo un polo unico per il turismo annuale, differenziando l’offerta per zone, per renderla completa e competitiva.
Inoltre, a partire dal 1926 e per circa 40 anni, un trenino elettrico muoveva gli abitanti della montagna pistoiese toccando tutte le sue frazioni, il percorso FAP. Questo tracciato partiva dalla stazione ferroviaria di Pracchia e si snodava nel verde delle aree boschive, per circa 17 km. Da quasi 20 anni, alcuni tratti sono andati persi, mentre altri sono stati convertiti in percorsi attrezzati, ma soggetti a scarsa manutenzione. In ottica di riduzione del traffico su gomma e di una riqualificazione turistica, proponiamo una sua riattivazione, anche solo nei tratti rimasti transitabili.

1.10. La salvaguardia delle aree naturali - Piano Integrato di Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli, lago di Porta, Padule di Fucecchio e Arcipelago Toscano.

È attualmente in fase di elaborazione il nuovo Piano Integrato del Parco e a nostro avviso la nuova stesura presenta diverse criticità, in particolare per quanto riguarda i suoi confini e la gestione dei boschi. Il Parco di San Rossore con le sue pinete è un vero polmone verde per l’area litoranea. È importante che si lasci inalterata la definizione dei confini del parco, istituita ormai 40 anni fa, che definisce circa 14.000 ettari di aree interne e quasi 9.000 ettari di aree esterne. Le due aree in questa dicitura hanno gli stessi vincoli (salvo che nelle aree esterne sono permessi alcuni tipi di caccia) essendo comunque aree del parco. Con la modifica delle “aree esterne” in “aree contigue” decadrebbero molti vincoli su questi 9.000 ettari di territorio in quanto non sarebbero più sotto la tutela dell’ente parco per quanto riguarda il tema dell’edilizia, aprendo così la strada a permessi di costruzione rilasciati da enti comunali che non abbiano come interesse primario la tutela del Parco stesso e della sua biodiversità.
Il focus delle strategie di gestione ambientale da mettere in atto dovrebbe invece essere proprio la salvaguardia della biodiversità. Anche in questo caso vogliamo bloccare il taglio delle pinete più vecchie che causerebbe un grave danno per le leccete resilienti sottostanti e diradare invece gli impianti recenti che ne abbiano veramente bisogno.
Per quanto riguarda il lago di Porta le associazioni ambientaliste stanno sostenendo da tempo la trasformazione della ex ANPIL in Riserva naturale, con la costituzione di un’area che comprenda le Dune naturali di Forte dei Marmi (ultima area dunale a nord della Toscana con un patrimonio di specie vegetali prezioso), il fiume Versilia, il lago di Porta e le Rupi; un corridoio ecologico da salvaguardare nella sua interezza scongiurando ipotesi speculative come la realizzazione di un nuovo porticciolo che distruggerebbe una vasta area vegetativa e boschi di pini.
Al fine di rafforzare le reti esistenti e crearne di nuove si propone di sostenere e rilanciare sia il programma A.P.E. (Appennino Parco d’Europa) che il Protocollo “Parchi di mare e di Appennino” (fra Toscana, Liguria ed Emilia), nonché di realizzare una nuova rete di parchi marini che colleghi il Parco Regionale dell’Uccellina e Talamone, il Parco Regionale di Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli, Lago di Porta, il Parco Nazionale delle Cinque Terre, i vari parchi delle dune (fra cui i Parchi della Val di Cornia) e fluviali.
Un ruolo molto importante a difesa della biodiversità marina lo hanno anche e soprattutto le piccole isole dell’Arcipelago Toscano, le cui funzioni devono essere incentivate e protette, anche tutelando l’interconnessione tra di esse e con la terraferma. Per quanto riguarda le aree naturali interne, merita una speciale menzione il Padule di Fucecchio, la più estesa palude interna italiana. E’ tassativo presevare la riserva naturale del Padule e la sua biodiversità, scongiurando ogni sciagurata ipotesi di smembramento dei suoi beni, per evitare, come nel caso del Parco di San Rossore, di cedere ad interessi localistici che mettano a repentaglio l’integrità del Padule stesso.

1.11. La salvaguardia delle aree naturali – il Monte Amiata

Vogliamo che il Monte Amiata venga riconosciuto come area da preservare e da tutelare sia per quanto riguarda il bacino idrico, il più importante dell’Italia centrale e ritenuto strategico in quanto area di ricarica delle falde, che le acque termali. Questo potrà essere ottenuto tramite la creazione del Parco Nazionale del Monte Amiata. In questo contesto, siamo contrari all’installazione di una nuova centrale geotermica sul Monte Amiata, sia a media che ad alta entalpia. In generale, sosteniamo un disegno politico per cui i territori e i cittadini siano realmente protagonisti delle scelte per il proprio territorio. Queste scelte, come l’installazione di nuove centrali geotermiche davvero sostenibili, dovrebbero essere subordinate a un percorso partecipato tra amministrazione regionale, amministrazioni locali e cittadinanza residente sul territorio, nonché a un monitoraggio costante e ad un eventuale efficientamento dell’esistente, che garantisca la tutela effettiva della qualità dell’aria, delle acque e del paesaggio.

1.12. La salvaguardia delle aree naturali – il caso Solvay

Le attività inquinanti dello stabilimento della multinazionale belga Solvay, situato nella provincia di Livorno e che interessa oltre 220 ettari di territorio, sono da anni oggetto di battaglia di gruppi ambientalisti e comitati locali. L’attività della fabbrica è normata dal Ministero dell’Ambiente tramite l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), che per molti anni ha concesso all’azienda di scaricare in mare 200mila tonnellate di solidi sospesi. Nel 2003, dopo le varie pressioni da parte
di associazioni e cittadini, è stato sottoscritto un protocollo d’intesa per la difesa dell’ambiente che aveva l’obiettivo di ridurre l’inquinamento. Un documento, firmato da Ministero, Provincia, Regione e azienda, in cui la Solvay si impegnava a ridurre gli scarichi a mare a 60mila tonnellate l’anno ricevendo in cambio circa 30 milioni di contributi pubblici, ma nella successiva AIA la Solvay è stata autorizzata a scaricare 250mila tonnellate l’anno. Ciò ha portato ad un peggioramento della qualità delle acque di Rosignano Solvay rispetto al resto della costa toscana, anche a causa dall’alta concentrazione di mercurio (fonte: dati ARPAT).
Incredibilmente, durante la stagione estiva, molti turisti (attratti dalle spiagge apparentemente caraibiche e dai cartelli stradali che denominano il luogo come posto turistico) fanno il bagno in mare vicino agli scarichi dello stabilimento, nonostante il recente divieto di balneazione, che tuttavia interessa soltanto 200 metri adiacenti allo scarico. Questo divieto deve essere esteso, e accompagnato da una corretta informazione sui rischi che tale balneazione comporta.
La comunità di Livorno è da sempre divisa tra chi pone l’attenzione sulle attività produttive e sui posti di lavoro e tra chi pensa alla tutela dell’ambiente e alla salute dei cittadini. Noi pensiamo che si debba trovare una sintesi tra questi due aspetti e che nessun operaio debba essere lasciato a casa: chiediamo quindi la messa a norma degli scarichi o la riconversione dello stabilimento.

1.13. Monitoraggio ambientale territoriale

Il monitoraggio ambientale ha funzionato nel passato e potrà funzionare nel futuro se i territori saranno abitati e se il loro controllo sarà affidato alle popolazioni, assieme alle istituzioni, in particolare nelle aree rurali della Toscana.
Da qui la necessità, che esprimiamo al Paragrafo 2 seguente “Un nuovo paradigma per la Toscana” che le comunità di paese, quartiere e frazione, siano dotate del potere di controllo sui loro territori.
Parallelamente, è necessario portare a termine le bonifiche di tutti i SIN toscani, quelli di Massa-Carrara, Livorno, Piombino ed Orbetello, riconosciuti come aree gravemente inquinate dalla legislazione nazionale. Luoghi in cui tuttora abitano decine di migliaia di persone, esposte a rischi gravissimi per la loro salute. Riteniamo importante che tutta la coalizione si impegni a rafforzare il ruolo di ARPAT e dell’Osservatorio paritetico della pianificazione a partire dal 2021. L’opera di monitoraggio è fondamentale per capire l’evoluzione del processo e come intervenire in tempo se gli obiettivi non vengono raggiunti. Dobbiamo investire più risorse in queste attività in modo tale da potenziare il monitoraggio dei dati ambientali (in particolar modo dei piani territoriali e urbanistici).

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